Marco Tullio Barboni

Marco Tullio Barboni è  un noto sceneggiatore, che si è dedicato con successo anche alla regia, e che da qualche mese sta indossando i suoi nuovi panni di acclamato scrittore.

“…E lo chiamerai destino”, edito da Kappa,  e’ un’opera originale scritta totalmente in forma dialogica: esperimento assai raro, e comprovante la grande sapienza nella padronanza della materia da parte di chi lo ha ideato. Un dialogo impossibile quanto affascinante: Conscio vs Inconscio. Come visti come due personaggi del più celebrato degli spettacoli: la vita. Un faccia a faccia raccontato come mai nessuno prima, in cui i lettori assisteranno al dialogo animato, sorprendente, sfrontato e finanche rivelatore, tra le due entità cui è affidata la più grande delle responsabilità: quella di scegliere.

Marco Tullio  appartiene ad una illustre famiglia che ha segnato tratti importanti del cinema italiano d’Autore. Lo zio Leonida è stato un magistrale direttore della fotografia, amatissimo da Anna Magnani; il padre Enzo, prima operatore alla macchina poi direttore della fotografia ed infine regista con lo pseudonimo di E.B. Clucher, ha legato gran parte della sua fama a film interpretati da Bud Spencer e Terence Hill e all’indimenticabile filone degli spaghetti western. Frequentatore di set fin da bambino, è stato lui stesso regista e sceneggiatore, ed ha proseguito la carriera familiare con caparbietà e notevole talento. Uomo di profonda cultura e variegati interessi, vede però il suo prossimo futuro come scrittore ed autore di futuri, nuovi testi teatrali, da tradurre anche in lingua inglese e magari da esportare in America. Gli ho fatto una intervista qualche tempo fa a Roma.  Buona lettura!

Marco Tullio, nella tua biografia metti in evidenza il fatto di rappresentare la terza generazione di una famiglia di “cinematografari”. Sbaglio se dico di cogliere un certo compiacimento in una simile affermazione?

Non sbagli affatto. Intanto perché è una forma di tributo ai rappresentanti delle due generazioni che mi hanno preceduto, vale a dire mio zio Leonida e mio padre Enzo che hanno percorso la storia del nostro cinema per oltre mezzo secolo ai massimi livelli delle rispettive professioni, eppoi perché senza simili premesse familiari anche la mia attività nel cinema e nella televisione non sarebbe stata la stessa. Con mio padre, in particolare, ho istaurato un sodalizio fantastico in base al quale, dalla fine degli anni settanta in poi, io non solo scrivevo i film che lui dirigeva ma, avendo costituito una società che svolgeva il ruolo di produttore associato, percorrevamo insieme tutti i passi che conducevano dalla ideazione della storia fino all’edizione e all’uscita nelle sale. Inoltre, devo dire che il termine “cinematografaro” appartiene ad una gergalità che richiama ad una visione “artigianale” del mestiere cui mio padre, e non solo lui, era molto affezionato.

Un artigianato di grande prestigio, comunque. Come emerge scorrendo le filmografie di Leonida Barboni e di Enzo Barboni, alias E.B. Clucher. 

Assolutamente. Mio zio è stato il direttore della fotografia prediletto da Anna Magnani ed ha lavorato con registi che hanno fatto la storia del cinema italiano: Blasetti, Germi, De Sica, Bolognini, Monicelli…e quanto al percorso di mio padre, che è arrivato alla regia dopo essere stato a sua volta operatore alla macchina e direttore della fotografia, è costellato da tali incontri e collaborazioni che è difficile citarle tutte: da Pietro Germi a Vittorio De Sica, da Stanley Kubrik a William Wyler, da Gregory Peck a Kirk Douglas, da Totò a,naturalmente, Terence Hill e Bud Spencer.

Immagino che l’ incontro con Terence Hill e Bud Spencer abbia rappresentato una svolta fondamentale anche della tua attività professionale. 

E’ vero. Ma prima di ogni altra considerazione, il mio pensiero va alla recente scomparsa di Bud, alla nostra amicizia e alla reciproca stima consolidata in quasi mezzo secolo di conoscenza. Lo avevo conosciuto ancor prima di “Lo chiamavano Trinità”, in occasione di un film nel quale mio padre era ancora direttore della fotografia, “Un esercito di cinque uomini”, e per me, ragazzo amante dello sport, quel gigante, con i suoi trascorsi e la sua simpatia, non poteva non diventare un mito. Ci incontrammo poi di nuovo l’anno successivo in occasione, appunto, di “Lo chiamavano Trinità”, film nel quale mi trovavo per la prima volta, appena maggiorenne, a ricoprire un incarico ufficiale: quello di secondo aiuto-regista. Una decina di anni dopo, successivamente ai miei studi universitari e di scrittura creativa e cinematografica e ad altri film girati da mio padre con lui, cominciai a scrivere parecchie cose anche per Bud, prima in occasione di lavori diretti da mio padre e successivamente anche per serie televisive affidate ad altri registi.

Non è stato, quindi, un caso che sia proprio di Bud Spencer una delle recensioni sulla retrocopertina di “…e lo chiamerai destino.”: tua prima opera letteraria dopo tanto cinema e televisione. 

E’ stato un contributo affettuoso, un omaggio alla nostra amicizia e a quella ancora più antica e consolidata che aveva avuto con mio padre. Senza dimenticare, tuttavia, che il libro rappresentò anche per lui una piacevole sorpresa.

Ed infatti Bud lo ha sottolineato nell’intervista che ritroviamo anche sul sito del libro. La sua sorpresa è stata, in effetti, quella di molti: come si approda, ci si è chiesti, dopo decenni di scrittura di film di genere ad un argomento complesso e particolarissimo come quello del rapporto tra conscio ed inconscio? 

Rimuovendo un preconcetto, prima di tutto. Un preconcetto molto diffuso, in particolare nell’ambiente dello spettacolo. E cioè quello che tende ad omologare, quasi ad identificare, una persona con la sua produzione professionale. Come se, al di fuori di quella, la persona in questione non potesse avere altri interessi, coltivare altre passioni, approfondire altri argomenti. C’è un gustoso aneddoto che mi piace ricordare a questo proposito: è legato all’incontro avuto, subito dopo le mie prime sceneggiature, con un giovane collega conosciuto in occasione della mia breve esperienza di assistente di Istituzioni di diritto e procedura penale. “Certo,” mi dice “dall’analisi della personalità del reo ai fini della determinazione dell’azione penale ai cazzotti in testa…hai fatto un bel salto mortale!” In occasione dell’uscita del libro si è consumato, per così dire, il percorso inverso e sono stati in molti a sorprendersi poiché in qualche scomparto della loro mente mi avevano catalogato sotto il cliché “Scrittore di film d’azione” e non contemplavano che potessi discostarmi da quello.

Effettivamente “…e lo chiamerai destino” è un libro che sorprende per la ricchezza di informazioni e di riferimenti culturali che apporta. Evidentemente frutto di un lungo studio. 

Io direi, piuttosto, di una grande passione. La lettura dei testi di Carl Gustave Jung, di Daniel Kanheman, di Bruce Lipton, di Robert Williams, di Daniel Golemam e di tanti altri è venuta prima, molto prima della decisione di scrivere il libro. Quest’ultima è sbocciata in seguito all’idea di immaginare il rapporto tra conscio ed inconscio raccontato come uno psicologo o uno psicanalista non avrebbe mai fatto. Un modo informale e fruibile ma assolutamente corretto dal punto di vista dei contenuti.

E’ infatti è quello che ha rilevato il prof. Domenico Mazzullo, nell’altra autorevole recensione che correda il tuo libro. 

Nel caso del prof. Mazzullo è stato lui a sorprendere me. Lo avevo contattato tramite un amico nella speranza che potesse leggere il libro in anteprima e segnalarmi eventuali imprecisioni. Dopo solo pochi giorni mi ha chiamato complimentandosi e dicendosi disponibile per la recensione che ho messo nella retrocopertina e per l’intervento in video che si può trovare nel sito del libro.

Un “endorsement “ in piena regola! 

Al quale sono seguiti quelli di altri psichiatri e psicoterapeuti che lungi dal considerare la mia un invasione di campo, hanno accolto con interesse il tentativo di avvicinare una platea più vasta di quella alla quale solitamente si rivolgono ad un argomento come quello del rapporto tra conscio ed inconscio: un argomento enormemente interessante, straordinariamente affascinante ma, soprattutto, potentemente condizionante nella vita di ciascuno di noi.

La struttura dialogica per l’intero corpo della narrazione, per quanto cosa rarissima, ha decisamente contribuito a questo fine. 

E’ stato il modo in cui ho coniugato la passione con il mestiere. A darmi lo spunto è stata…tanto per rimanere nell’argomento del libro…una sincronicità. Quella tra la stesura da parte di mia figlia Ginevra della sua tesi di laurea su “Il codice di Perelà” di Palazzeschi e la contemporanea lettura da parte mia di “Due pinte di birra” di Roddy Doyle: due libri diversissimi ma accumunati dal fatto di utilizzare la struttura dialogica per quasi tutto o tutto il corpo della narrazione. In entrambi i casi da quei dialoghi emergeva, chiarissimo e vibrante, un mondo. Non solo un mondo in senso geografico, ma un mondo di idee, di atmosfere, di emozioni. E dunque, sulla base di quelle sensazioni, ho deciso che era in quel modo che andava raccontata la storia del rapporto tra conscio ed inconscio che avevo in mente. Per sottoporre al lettore l’argomento che si aspetta, cioè quello dell’inconscio e del suo rapporto con il destino, ma non così come se lo aspetta.

Lisa Bernardini

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